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Con l’auto elettrica venderemo l’energia fatta in casa, burocrazia permettendo

Ecco il matrimonio tra energia e telecomunicazioni. Ed ecco il primo esempio, già oggi, del mondo energetico che verrà: grandi centrali ma anche mini-generatori e mini-accumulatori personali da “mettere in rete” in un sistema di scambi a vantaggio di tutti. Compro energia a prezzo scontato quando in giro ce ne è tanta, la conferisco al sistema pubblico facendomela ben pagare quando ne ho di più di quella che mi serve e la grande rete è un po’ scarica e ne ha bisogno. Guadagno io, e vantaggi per la comunità energetica sono significativi, visto che il mio polmone personale di elettricità può contribuire non poco a risolvere i problemi di un sistema elettrico sempre più esposto alle discontinuità e alla scarsa programmabilità delle fonti rinnovabili. Senza considerare che il polmone energetico costituito dalle batterie della nostra auto può essere ben sfruttato anche “in casa” alimentando ad esempio la nostra seconda casa al mare o in campagna, costituendo magari anche una fonte di riserva in caso di problemi alla nostra normale fornitura elettrica.
E il futuro? È già il presente, anche se non da noi. Accade in Nord Europa, dove il “veichle to grid” sta partendo, anche se a livello del tutto sperimentale. Grazie peraltro all’iniziativa italiana. L’esperimento è stato lanciato ufficialmente alla fine dello scorso anno in occasione della Cop 21 di Parigi dalla nostra Enel e dalla Nissan. Il debutto in Danimarca con le prime 40 installazioni. E ora le due società annunciano l’avvio della sperimentazione in Inghilterra con 100 dispositivi piazzati tra i privati e nelle piazzole concordate con i gestori di flotte aziendali di due auto elettriche del gruppo Nissan: la Leaf e il furgone NV200, tra le pochissime auto “plug in” totalmente elettriche, che peraltro già circolano anche nel nostro paese.
Collegandosi alla rete nazionale elettrica britannica (National Grid) – spiegano i due artefici dell’iniziativa in una nota – il test consentirà ai proprietari dei veicoli elettrici Nissan di rivendere alla rete l’energia accumulata nelle batterie dell’auto. “Siamo entusiasti del lancio di questo progetto nel Regno Unito. La nostra tecnologia di ricarica a due vie – spiega il responsabile Innovazione e Sostenibilità di Enel, Ernesto Ciorra – sosterrà l’integrazione dei flussi di energia rinnovabile non programmabili nella rete elettrica e contribuirà allo sviluppo della mobilità elettrica nel Paese, generando benefici per il settore energetico e per l’ambiente, oltre a ad avere un effetto positivo per i portafogli dei possessori di auto elettriche”. Sì, perché il Veichle To Grid (V2G, nell’acronimo varato con l’occasione) “è una rivoluzione – spiega Ciorra in un’intervista – in cui ognuno di noi può diventare un operatore. La chiamo uberizzazione dell’energia: Uber trasforma i privati in driver e autisti, almeno nei Paesi in cui ciò è possibile; noi, in maniera simile, permettiamo ai privati di entrare nel mercato”.
Con un ritorno economico non disprezzabile, nelle valutazioni di Ciorra: “In Danimarca, dove abbiamo avviato il primo progetto pilota, siamo tra i 500 e i 1.000 euro l’anno per ciascun cliente. Se consideriamo il lungo termine, questi soldi servono ad abbattere lo stesso costo delle elettriche: è la premessa fondamentale per la loro diffusione”. Ma perché in Danimarca e Inghilterra e non in Italia? Con ‘il regolatore italiano, ovvero l’Autorità per l’energia, a cui spetta la definizione della normativa di riferimento “stiamo già dialogando. In futuro le cose cambieranno”. Peccato. L’Enel sembra all’avanguardia. Nelle smart grid (le reti intelligenti frutto appunto del matrimonio tra energia e tlc) siamo considerati campioni di innovazione. Le istituzioni potrebbero forse far meglio.